Sono nella camera di Giovanni Sibilla che ora è la mia camera, pensavo la meditazione sul quarto sarebbe iniziata prima, invece inizia allo scoccare preciso dei 25.
00 segna l’orologio del computer. Meditazione fatta in digitale perché non so più cosa siano i miei polpastrelli senza il ticchettio di una tastiera. Ho le cuffie ma fuori sento lo scoppiettare di fuochi d’artificio, l’hanno saputo? Sibilla oracolo oscuro. Quale sia la predizione dovrei scriverlo ora ma che dire. Co-star mi ha detto che è tempo di fare la storia, sono andata a un presidio, ma oggi ero altrove. Non facevo che fissare quei due mostri di quella fontana che vomitavano acqua o cos’altro. E libera la Palestina, liberaci Palestina. Batto le mani urlo all’inizio non sembra la mia voce, poi ci accordiamo e risuona insieme alle altre. Batto le mani e vorrei battere tutto, muovere il corpo, non è un rave mi ricordo, liberaci Palestina liberaci, perché ho voglia di fumare e di ballare e penso che è davvero stancante andare a tutte queste manifestazioni e vacci pure per me, fai presenza pure per me perché tanto possiamo manifestare ancora domani, possiamo?
L’anno scorso costar mi diceva che se avessi voluto avrei potuto piangere, volevo davvero, ho pianto poi? Cosa vomitavano quei mostri nelle fontane oggi? Si riflettevano su quella bandiera che sventolavi e io che mi torcevo non so per cosa, i venticinque forse, è da ieri sera che mi assillano. È ricominciata la dermatite anche, mi corre lungo tutto il corpo e io ad acchiapparla con le unghie ancorate sulla pelle. Liberaci Palestina. I venti minuti più soli della mia storia, oggi in presidio da sola, a guardarmi intorno, e pensavo che ho bisogno di qualcuno, qualcuno non che mi ami ma che mi radicalizzi, ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a lottare veramente, a mettere a rischio tutto, ad accettare anche l’attrito e la violenza, ad accettare la rabbia. E poi che mi ami anche si. Quest’anno costar mi dice che sono incredibile, e non so davvero cosa possa essere a rendermi tale. Il pianto non bagna il mio viso da non so quanto, forse qualche goccia quando mamma mi ha salutata il giorno in cui mi sono trasferita a Firenze, ma solo di riflesso al suo. Io mi commuovo solo quando si commuovono gli altri. Cosa muove me? Dove sono io? Venticinque anni e cinque di emicrania. Firenze è un piccolo paese perché continuo a rivedere sempre le stesse facce in circolo. Perché devo aspettare che sia qualcuno a radicalizzarmi? Perché non posso farlo da sola? Non si può fare niente da soli. L’unica cosa che mi paralizza per questi venticinque non è l’amore o la solitudine o la mancanza di cazzo pene o fallo, non mi preoccupa non essere in una coppia, ma la mancanza di comunità si. Mi preoccupa che io non sia capace a crearla la comunità, e che non lo sia mai stata. Non ho mai avuto grossi gruppi, e non direi che il gruppo di amici che ho ora si comporti da comunità, è più un piccolo raggruppamento di persone che a momenti alterni si comporta da catalizzatore di affetti e comprensione e memoria storica di tutto cioè che ero sono stata aspiravo a essere e sono ora. Ma la comunità? Chi lotta insieme a me per un’idea di mondo? I venticinque anni vorrei che fossero per gli idealismi e la lotta, ma non so se le persone intorno a me pensano mai al mondo che abitano come qualcosa da progettare.
E la mia caratteristica più utile, che mi fa adattare alla società e alle persone, è anche ciò che temo più di me, appiattirsi agli altri e ai semplici obiettivi degli altri per non turbarli, non svegliarli, non farli sentire così, e un loro piccolo sorriso se mi impegno abbastanza può corrispondere anche alla mia felicità. Accontentarsi è bello, ma quando comincio a lottare?
Qualche altro minuto da sola alla manifestazione e ricomincio a fumare. Aspetto che vieni a parlarmi e mi radicalizzi, dimmi come tirarmi fuori da questa gelatina, dammi in mano una bandiera e dimmi come sventolarla abbastanza forte da farne una rivoluzione, da farne un’arma. Prendi la tua bandiera e conficcami l’asta nel petto, così posso sentire meglio il battito del mio cuore. Liberami Palestina, liberami. Come si fa a sentirsi soli in mezzo a un gruppo di persone in piedi con lo stesso fine, sono io che non so fare comunità. Se ho qualcosa di sbagliato? Il germe eremita si conficca nel mio stomaco e sono un mostro della fontana, contro il mio riflesso a vomitare e tutte queste persone mi scivolano accanto urlando e facendo comunità, ma io non conosco la rabbia solo il disgusto e non ci capiamo mai. Liberami. Per questi venticinque spero di uscire dalla mia cameretta e di uscire dalla gelatina, che poi è la proiezione della mia camera sul mondo esterno. Venticinque anni e non sto sentendo nulla, domani mattina magari mi sveglierò con il cuscino bagnato di lacrime.